Le primarie? Vanno sbaraccate

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Oggi “Il Mattino” ha pubblicato un mio pezzo sulle primarie campane.

Le primarie campane saranno «una festa della democrazia», dice uno dei candidati. Chissà. Intanto (buona notizia) non ci saranno spargimenti definitivi di sangue («per farmi ritirare mi devono sparare in testa», aveva dichiarato con levità un altro dei contendenti). E comunque – ha detto la Serracchiani sempre in modalità splatter – «non si butterà il bambino con l’acqua sporca», sia pure «a fronte di alcune criticità» (sì, le ha chiamate «criticità»).
Non sia mai: le primarie sono, per il Pd, «un grande passo avanti». No, cara Debora, non è così, ed è il caso di dirselo: le primarie «all’italiana» non sono state né sono un «passo avanti». Sono solo, da tempo e molto più prosaicamente, la più evidente fotografia della crisi del sistema politico, delle sue classi dirigenti, e dei suoi strumenti di rappresentanza tradizionali, i partiti.
Il centrosinistra se le inventò, all’inizio del millennio, perché il leader dell’epoca (Prodi 2005) non aveva una sua base elettorale, ed era bisognoso di una legittimazione popolare. Le usò successivamente come strumento plebiscitario e di propaganda (Veltroni 2007, Bersani 2009): con i gazebo, le file dei militanti felici in favore di telecamera (ora contiamo, finalmente!), nessuna certificazione seria del voto, numeri ballerini o farlocchi come le milionate false delle manifestazioni sindacali.
Fino a quando (2012) non si presentò sulla scena il giovane Renzi: allora la competizione si fece reale, e centrale diventò il tema delle regole delle primarie. Fu allora che si cominciò a discutere di elettorato passivo, di primarie aperte o chiuse, di modalità e di tempistiche, di segretezza del voto, scrutatori, regolamenti: tutto quel sacro armamentario di procedure che fanno la differenza tra una manifestazione di sostegno – poniamo – a Kim Yong-Un e non dico una seduta del Parlamento inglese, ma anche l’elezione democratica di un amministratore di condominio. La progressiva «territorializzazione» delle primarie ha poi enormemente aggravato il problema: in periferia lo strumento è diventato flessibile e fungibile, stiracchiato e piegato alle esigenze del momento. Ad ogni campanile uno statuto, un regolamento, commi aggiuntivi, eccezioni, deroghe. L’«autonomia dei territori» tradotta in una babele di linguaggi e codicilli. L’assenza di certezze che diventa totale arbitrio al servizio dei patteggiamenti correntizi. La più classica eterogenesi dei fini, insomma: uno strumento (presunto) di libertà che diventa una gabbia soffocante nelle mani di voraci apparati. Non c’è bambino da salvare nelle primarie (locali e nazionali, sia chiaro), cara Debora. Anzi caro Matteo, perché la campan(i)a suona per te. Le primarie le inventarono per dare ossigeno a leadership morenti. Tu hai dovuto usarle, non potendo penetrare in altro modo nella corazza spessa del vecchio sistema. Sappi però che, per costruire la nuova Italia, non puoi procedere «dal basso». Non illuderti: il «basso» non può che esprimere, soprattutto nel Sud, vecchie idee e vecchie consorterie. I territori favoriscono i possessori di pacchetti di voti, non quelli che hanno le idee giuste. Nuove idee (e nuove persone) hanno bisogno di fiato, regole certe e anche investimenti «dall’alto». Vuoi il giacobinismo, direte. No, ma tra Robespierre e la Vandea si può trovare un’accettabile via di mezzo. Tu dalla Campania ti sei defilato, non hai voluto (scelto, potuto, deciso di) fare, qui e ora, íl tuo mestiere di rottamatore. La sinistra, da queste parti, ne pagherà il prezzo. Perché  non me ne vogliano i miei amici candidati – queste primarie (posto che sí concludano senza strascichi, ed è tutto da vedere) non costruiranno nulla di buono. Domenica prossima non nascerà una nuova Campania, La festa la rimandiamo.