Obama e lo storytelling

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“L’errore del mio primo mandato, dei primi due anni, è stato quello di pensare che questo lavoro consistesse solo nel fare politiche giuste. Questo è importante. Ma la natura di questo lavoro è anche raccontare una storia al popolo americano, che offra ai cittadini un sentimento di unità, di scopo e un senso di ottimismo, soprattutto in tempi difficili”.

Così Barack Obama nel luglio 2012 in un’intervista alla CBS, a pochi mesi dalla difficile campagna per il secondo mandato, che poi conquisterà a fatica, dopo il logorio dei primi, micidiali quattro anni di Presidenza, nei quali affronterà l’esplosione della crisi economica, l’ingovernabilità del mondo postimperiale le polemiche su Guantanamo, le bordate dei repubblicani sulla riforma fiscale e su quella sanitaria. Un percorso di guerra che farà venire i capelli bianchi alla rockstar del 2008, “the new thing” della politica che aveva fatto innamorare tutti i nuovisti dell’universo. Passeranno altri due anni e, con le elezioni di mid term dell’autunno 2014, l’ex fenomeno Barack verrà declassato a “uomo invisibile” e “fantasma politico”.

It’s the story, stupid, verrebbe da dire. Anzi “it’s the storytelling”. Nessuno come Obama, nella sua ascesa, aveva piegato la politica al racconto, costruendo la prima stagione della sua serie presidenziale su premesse succulente (sono il primo nero in viaggio verso la Casa Bianca, incarno il sogno americano al massimo grado), con titolo scintillante (“Yes, we can”), e generando aspettative altissime (“Change we need”). Nessuno più di lui rischia di precipitare nell’oblio, dopo l’epilogo della seconda serie, che ha avuto titolo stanco (“Forward”), grigio svolgimento, non ha creato plot e non avrà ulteriori repliche, peraltro non previste dal palinsesto costituzionale USA.