Sulla storia del Mezzogiorno

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Come ogni anno, nei giorni scorsi la classifica del Sole 24ore sulla qualità della vita nelle città italiane ha fotografato l’abisso che separa il Sud dal resto del Paese. Fatte salve le (poco comprensibili) posizioni di alcune realtà sarde, per il resto l’intero Mezzogiorno occupa gli ultimi posti della graduatoria. Dati, inoppugnabili dati.

Nel frattempo, se provate a scorrere la sempre fiorente letteratura d’appendice sul Sud, troverete anche in questi giorni intere schiere di chierici stanchi – i nostri veri nemici interni  – che giustificano e, così  facendo, eternizzano la condizione di crescente depressione del Mezzogiorno, mettendo sul banco degli accusati dominatori di passaggio, ripescando dal passato idoli improbabili, rimpiangendo mille occasioni perdute. Sempre lacrimandosi addosso. Sempre guardando altrove, mai in casa propria.

La chiacchiera politica di giornata fa il resto: che sia considerato palla al piede dal leghista di turno, potenzialità inespressa dagli eterni programmatori del nulla, fuoco che cova dall’ultimo dei Masanielli, il Sud continua ad essere confinato nell’universo concettuale del parente rompiballe e/o sfortunato, da  assistere paternalisticamente o rinchiudere rudemente in un istituto di correzione. E se saliamo di un gradino – usando un termine al momento immeritato – lo stesso “pensiero” meridionalista si muove tra le colonne d’Ercole del rimpianto di Saraceno e il folclore neoborbonico, le intemerate contro il pessimo uso dei Fondi europei e gli alti lai sulla pochezza delle classi dirigenti indigene. Sempre fermandosi ben prima del mare aperto, rifiutandosi di vedere la verità. Che ha invece una sua irriducibile semplicità.

Perché   –   andando   al   dunque   –   siamo così  come siamo, noi  meridionali? Cioè: privi di senso dello  Stato e di  coscienza civile, familisti e fatalisti, individualisti e violenti, “poco industriosi”, scansafatiche e apatici? E poi, di  conseguenza: se così siamo (diventati)  –  e  scartando ogni  spiegazione “razziale” del  “carattere sciolto” (Turiello) della “gente orrenda” (Bocca) del Sud – quali lezioni possiamo trarre dalla nostra tormentata storia economica, sociale, politica e istituzionale per imboccare una strada nuova e conquistare un futuro che non sia di depressione e marginalità?

Possiamo dare decine di risposte a queste domande, ma  penso che la cruciale ragione storica dei nostri mali attuali sia l’antichissima, endemica assenza di autonomia del Mezzogiorno.

Auto-nomia,  vale  a  dire  “legge  propria”, “capacità  di  dare leggi  a se stessi e di determinare  da  se  stessi  la  propria  condotta, di  non dipendere  da  altri  nella gestione  dei  propri  affari”  (Bobbio): tutto quello che il Sud non ha conquistato in secoli di “eteronomia”, subalternità e dipendenza, e che la nascita dello Stato nazionale ha poi definitivamente sanzionato. Naturalmente la magica parolina va liberata dai significati del tutto impropri che ha assunto nel lessico politico contemporaneo. Autonomia non può significare autarchia o chiusura, tantomeno rivendicazionismo o ribellismo. Un  sindaco  che  invoca  “autonomia”  per  sfuggire ai vincoli di bilancio, è solo un piccolo furbacchione. Lo è altrettanto un funzionario pubblico che richiama la propria “autonomia”, per difendere privilegi di categoria e di casta. Così come un cittadino che aggira le leggi e non fa in ogni circostanza il suo dovere civico magari “perché non lo fanno gli altri”, non è “autonomo”, ma è solo autolesionista. E così via.

Autonomia significa invece, soprattutto, responsabilità: principio debole dalle nostre parti, a differenza che ad altre latitudini. Ma come possono stare insieme autonomia e responsabilità? Vediamo. Altrove funziona più o meno così: io mi autogoverno in quanto (e se) ne sono capace, in quanto (e se) i miei comportamenti sono compatibili con i principi che regolano la convivenza civile nell’ambiente sociale, culturale, istituzionale nel quale agisco. Godendo dei poteri più ampi. Non scaricando su altri, istituzioni o popoli che siano, i miei costi. Tenendo in ordine casa mia. La mia sfera di azione – e di autonomia – finisce quando non sono più in grado di svolgere al meglio le mie funzioni:   perché i problemi  non sono  risolvibili nel   mio   ambito territoriale, perché risulta più conveniente affrontarli su scala più ampia. A quel punto interviene un ente di livello superiore, che garantisce, integra e sostiene le prestazioni che il livello inferiore non è in grado di assicurare. Semplice, no? È il modello che prende il nome di sussidiarietà. Funziona, dove si applica. A condizione che i due principi cardine, autonomia e responsabilità, stiano sempre insieme.

Potrebbe giocarsi questa carta il Mezzogiorno in futuro, superando così in breccia secoli di dipendenza e di subalternità? A mio avviso, è questa la vera, unica scommessa possibile.

Non è una sfida facile, naturalmente. Perché le buone pratiche, i comportamenti civici, la cura per il proprio territorio non nascono dall’oggi al domani. Ci sarà bisogno di generazioni per educare i meridionali all’amore verso se stessi e quindi verso gli altri, ai valori positivi della partecipazione e della condivisione, al rispetto per le istituzioni.  Così  come  tempo,  tanto  tempo  ci  vorrà  per  distruggere le subculture familistiche, per allevare strutture amministrative non compiacenti, per costruire classi dirigenti degne di questo nome.

Ma si deve cominciare subito, questo è il punto. Senza troppe chiacchiere. Innanzitutto cambiando le politiche sbagliate.

Recentemente, Giovanni Orsina ha scritto che le classi dirigenti italiane, sin dall’origine dello Stato unitario, avevano pensato di dovere compiere “operazioni in senso lato giacobine, o se si preferisce ortopediche e pedagogiche”, per raddrizzare (ortopedia) o rieducare (pedagogia) una  nazione  evidentemente  nata storta,  “per  renderla infine capace di una qualche forma di modernità”.  A partire da queste convinzioni “l’inclusione dei territori del Regno delle due Sicilie nello Stato unitario… ha contribuito… a innalzare notevolmente il tasso di giacobinismo di una classe dirigente liberale che sul piano teorico sarebbe stata assai più moderata, ma che, diffidando profondamente della società meridionale, ha scelto infine di forzare anche se stessa – optando ad esempio, contro le sue stesse convinzioni, per uno Stato centralizzato”.

Quindi l’Italia unita nasce centralizzata (anche) perché le sue classi dirigenti diffidano del Sud. Non lo comprendono, non lo amano, non sanno come gestirne la modernizzazione. Con il passare del tempo, in assenza di un disegno strategico, ne fanno sempre più – e solo – un problema di risorse, di trasferimento di denari. Con la conseguenza che i soldi abituano male il Mezzogiorno, ne accentuano la dipendenza, riducono gli spazi già angusti di una sana e competitiva economia di mercato. Il risultato finale è drammatico: se è vero che il divario con il Nord, che era intorno al 20% al momento dell’unificazione, oggi  si  aggira sul 40%, e se è vero  –  come  ha certificato ultimamente lo Svimez – che il Mezzogiorno si avvia verso la desertificazione. Fissate per un attimo il paradosso: abbiamo ricevuto in dono dalla nazione risorse ingenti e crescenti, intere generazioni di politici e intellettuali hanno discettato di come risolvere la “questione”. Dopo 150 anni di unità, la diffidenza di partenza è diventata separazione de facto.

Mi viene da dire “follow the money”, se vogliamo capire dove sta l’errore di fondo. Leggi speciali e interventi straordinari, Casmez e Agensud, finanziamenti a pioggia o selettivi, accordi di programma, intese  di  programma, contratti  di programma, Enti  dedicati  (Fime, Finam, Formez, Iasm, Insud, Italtrade, e altre decine), fino ai micidiali Fondi europei, le più spaventose tossine (altro che Terra dei fuochi!) che abbiamo importato: tutta la storia del Mezzogiorno, almeno nell’ultimo secolo, è una storia di denari pubblici elargiti e totalmente dissipati (fatta salva la prima stagione della Cassa del Mezzogiorno, tecnostruttura centralizzata che non incrociava la politica). Nel migliore dei casi, hanno contribuito a dare lavoro per periodi limitati di tempo ad un’infima parte dell’ingente esercito di disoccupati. La fetta più grossa del bottino ha ingrassato le casse delle mafie. Quella più improduttiva e squallida ha finanziato il perpetuarsi delle clientele politiche.

Neppure  una  lira  di  questa  enorme  massa  di  quattrini  ha contribuito a gettare le basi – economiche, sociali, culturali – di un Mezzogiorno autonomo. Mentre ciò che ha funzionato alla perfezione è stato lo scambio osceno tra la classe dirigente nazionale e i politici meridionali:  voi governate  il  territorio  distribuendo  i  nostri soldi,  in cambio  ci  portate  i  voti,  e  a  Roma  state  buonini,  senza  disturbare il manovratore. Fate  gli  ascari,  ché  vi  viene  pure  bene.  Altro  che autonomia.

Se  usciamo  per  un  attimo  dal  nostro  orticello  possiamo capire meglio quanto la politica, nel bene e nel male, possa influire nella crescita dei territori. Nel bellissimo “Perché le nazioni falliscono”, Daron  Acemoglu  e  James  Robinson distinguono  le istituzioni  tra “inclusive” e “estrattive”. Definiscono “estrattive” quelle istituzioni politiche ed economiche i cui gruppi più influenti (vengono definiti losers) si oppongono al progresso e alla crescita per timore di perdere privilegi economici o influenza sui sistemi politici. E, viceversa, “inclusive” quelle istituzioni che “permettono e incoraggiano la partecipazione della maggioranza delle persone ad attività economiche che sfruttino nel modo migliore i loro talenti e le loro abilità, permettendo agli individui di fare le scelte che desiderano”, garantendo “il rispetto della proprietà privata, un sistema giuridico imparziale e una quantità di servizi che offra a tutti uguali opportunità di accesso al sistema di scambi e di contrattazioni” e assicurando “la possibilità di aprire nuove attività, e, per le persone, di scegliere liberamente un’occupazione”. Quando queste condizioni non si danno, quando “la politica pervade le istituzioni” perché “trae molti più vantaggi da istituzioni estrattive”, si producono allora “povertà e sistemi economici stagnanti”, dicono Acemoglu e Robinson, facendo esempi (dalla Corea del Nord all’Egitto, dal Messico al Congo) che non vorremmo accostare a noi, se non fosse che le descrizioni del libro ci appaiono tragicamente simili a certe realtà che conosciamo da vicino.

Ma come possono svilupparsi, nel Mezzogiorno d’Italia, queste benedette istituzioni  “inclusive”,  che  assicurino  regole certe, mercati aperti, pluralismo, autogoverno e autonomia? È evidente che l’input non può che venire da nuovi indirizzi promossi e sostenuti dalla politica. Per dirla altrimenti, deve esserci una iniziale, forte spinta “dall’alto”, che metta in moto processi alternativi e virtuosi. E io non vorrei peccare di ottimismo, ma forse il nuovo corso della politica italiana qualche motivo di speranza ce lo dà.

Intanto, da qualche tempo, si comincia a pronunciare meno la parola “Mezzogiorno”, o non si pronuncia affatto: e questa la trovo una buona notizia. Il nostro attuale premier, nel suo discorso di insediamento alle Camere di pochi mesi fa, il Mezzogiorno non l’ha neppure citato, prendendosi gli insulti delle mille vestali della retorica di annali parlamentari, congressi di partito, pensosi convegni accademici e fumosi forum giornalistici. Successivamente, in giro nel Sud, è andato dicendo, nello stupore degli astanti, che “il Sud può farcela da solo”: piccola rivoluzione culturale. Aggiungendo pure che c’è Sud e Sud, e che il mostruoso agglomerato che circonda Napoli – per dire – non ha certo gli stessi problemi dell’agro salentino. A un certo punto, coraggiosamente,  Renzi  pareva  addirittura voler utilizzare i Fondi europei per abbassare le tasse degli italiani, invece che per costruire fontanelle e promuovere feste di piazza. (Questa non gli è riuscita: sarebbe stata – e sarebbe – la rivoluzione vera. Perché è grazie ai Fondi europei che l’intero sistema politico-clientelare del Sud si garantisce oggi la sopravvivenza).

Tutte premesse culturali o affermazioni di principio interessanti, direi presupposti indispensabili per ripartire. Perché se oggi il Mezzogiorno è fuori dall’agenda nazionale, è anche perché si rappresenta male, raccontato com’è dalla pigra, provinciale e trombonesca retorica – direbbe Sciascia – dei professionisti del meridionalismo, che da decenni non studiano il Sud, non hanno saputo coglierne le trasformazioni interne, non riescono a “pensarlo” al di fuori di  vecchie  categorie concettuali.  Per  questo  gli  italiani,  se  sentono dire “Mezzogiorno”, passano oltre. Per questo sono salutari le rotture, linguistiche e di principio, con tutti gli schemi del passato.

Poi, però, anche il giovane fiorentino che di Mezzogiorno non parla, dovrà passare ai fatti, nella vastissima area oggetto  delle “politiche di coesione”, e compiere nuove scelte, finalmente “inclusive”.

Allo scopo, potrebbe chiedere soccorso ad una persona che conosce bene: un ricercatore italiano poco più che quarantenne che lavora in America, Enrico Moretti, e ha scritto “La nuova geografia del lavoro”. Un libro che sottolinea la grande, formidabile sfida cui dare oggi risposta: “La globalizzazione e il progresso tecnologico – dice Moretti – hanno trasformato molti beni materiali in prodotti a buon mercato, ma hanno anche innalzato il ritorno economico del capitale umano e dell’innovazione. Per la prima volta nella storia, il fattore economico più prezioso non è il capitale fisico, o qualche materia prima, ma la creatività”.

Dunque, il cuore del futuro sarà il capitale umano. Proprio quella risorsa che il Mezzogiorno in via di desertificazione sta  perdendo. Anzi ha già perso, al momento, perché le attuali nuove generazioni talentuose  del  Sud  sono  andate via e non  torneranno. Se non vogliamo che questo avvenga anche per i giovani di domani, dobbiamo imboccare una sola via: quella dell’innovazione. “Oggi il modo migliore in cui una città o una regione possono creare posti per i lavoratori meno qualificati è attrarre imprese hi-tech con dipendenti altamente qualificati”, dice ancora Moretti, sottolineando poi che “i luoghi in cui si fabbricano fisicamente le cose seguiteranno a  perdere importanza, mentre le città con un’alta percentuale di lavoratori a scolarità elevate diventeranno  le  nuove fabbriche, centri per la produzione di idee, sapere e valore”.

Come è evidente, in queste poche righe è scritto un intero programma per il nuovo Mezzogiorno. A partire dall’esigenza indifferibile di un grande progetto educativo e formativo. Formazione seria, dura, qualificata. Aperta a tutti in ingresso, progressivamente molto selettiva sulla base del merito. Competitiva e cosmopolita. (L’esatto contrario, per capirci, di come la concepiscono nella prestigiosissima Università del Salento, che qualche tempo fa ha previsto, in un concorso, un punteggio più alto per chi ha insegnato in Italia rispetto a chi proviene, poniamo, da Berkeley o Cambridge).

In  secondo  luogo,  dato  che  –  parla  sempre  Moretti  –  “nella nuova economia dell’innovazione il successo di un’azienda o di una città non dipende soltanto dalla qualità dei suoi lavoratori, ma anche dall’ecosistema produttivo in cui è inserita”, per crescere il Mezzogiorno dovrà dotarsi di infrastrutture degne di questo nome. Qui c’è una scelta da  fare,  e  subito,  senza  perdersi  in  dibattiti  ideologici e astrusi: la banda ultralarga. Tutti i (pochi) soldi pubblici a disposizione vengano destinati al cofinanziamento, in partnership con i privati, di un piano di copertura della rete per l’intero Mezzogiorno. Altre scelte importanti (trasporti, logistica) dovranno seguire, ma già con questo massiccio e assai “comunicativo” investimento il Sud può diventare attrattivo, invece che continuare a spopolarsi, perché “una città (un territorio) che riesce ad attrarre lavoratori creativi e aziende innovative vedrà evolvere la propria economia in direzioni che la renderanno ancora più attraente per gli innovatori”, e perché “stare tra persone intelligenti ci rende più intelligenti, più innovativi e più creativi”.

Per   il   resto,   basterà   che   la   politica   abbandoni   la   strada “estrattiva” e prenda quella dell’”inclusività” liberando gli spazi occupati impropriamente, che vengano cancellati d’emblée tutti i denari pubblici dispersi in mille rivoli assistenziali e destinati alla sopravvivenza del ceto politico, che si dia fiato e coraggio a chi nel Sud vuole far nascere una vera economia di mercato. E, nel giro di meno tempo di quanto immaginiamo, potrebbe squadernarsi ai nostri occhi un nuovo Mezzogiorno.

E’ un sogno? Certo, ma perché non immaginare che possa diventare realtà? In fondo siamo un pezzettino di mondo baciato dalla fortuna. Clima temperato, impareggiabili bellezze naturali e culturali, cibo buono, un accettabile grado di socievolezza degli indigeni: l’ambiente ideale per accogliere dall’intero globo talenti creativi e offrire loro un way of life all’altezza dei tempi che viviamo. Il Sud può farlo prendendo definitivamente nelle mani il suo destino. Non chiedendo più niente agli altri e molto a se stesso.