Ricolfi, i giornali e Grillo

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Stimo molto Luca Ricolfi. Ma ieri mattina, sulla Stampa, sì è ficcato in un ragionamento senza capo né coda per argomentare una tesi che avrebbe invece potuto fondare su numeri e dati inequivocabili, con semplicità e chiarezza.

Ricolfi scrive che, presumibilmente, alle prossime europee lo scontro sarà tra Renzi e Grillo per il primo posto e non tra Grillo e Berlusconi per il secondo. Giusto. Ma per sostenerlo si avventura in contorte storie di sondaggi da leggere e pesare. In sostanza – dice – siccome il voto al Pd è oggi “politicamente corretto”, le attuali previsioni (33%, grosso modo) vanno ritoccate di un paio di punti verso il basso; mentre va fatta l’operazione inversa per il voto grillino (sondato intorno al 27%), quello “politicamente scorretto”. Per questo – togli lì aggiungi qui – i due forse si giocheranno il primato in un fazzoletto. Mentre Berlusconi sembra lontano, e chi sa se raggiunge il 20% (cani e gatti inclusi).

Ipotesi, congetture, uso di categorie discutibili e rischiose (chi ha detto, per esempio, che oggi il voto grillino sia “politicamente scorretto”?).

Avrebbe potuto invece fare una cosa più semplice, Ricolfi. (E con lui l’intero sciocchezzaio nazionale di giornalisti, commentatori e politici, che da settimane si esercita nello studio dei fondi di caffé, in vista del prossimo 25 maggio). Avrebbe potuto dare uno sguardo a questa tabella.

M5S 8.691.406 25,56% (+ 95.173 = 8.786.579)
Pd 8.646.034 25,43% (+287.975 = 8.934.009)
Pdl 7.332.134 21,56% (+145.751 = 7.477.885)

Sono i voti – i voti veri – ottenuti dai tre principali partiti nell’ultima tornata elettorale paragonabile alla prossima europea: il voto proporzionale per la Camera dei deputati del febbraio 2013, espresso ai partiti e non alle coalizioni.

Questi dati – gli ultimi disponibili – ci dicono che il movimento di Grillo è già il primo partito italiano, più o meno alla pari con il Pd. Entrambi con 1milione e passa di voti in più rispetto a Forza Italia (che peraltro l’anno scorso non aveva ancora subito la scissione di Alfano).

Il dibattito pubblico in vista del 25 maggio – invece di asfissiarci sull’ultima saga berlusconiana – dovrebbe quindi ovviamente, naturalmente centrarsi sul tema: chi prenderà più voti tra Grillo e il Pd? E cioè: nell’ultimo anno si sono rafforzate le tendenze antisistema incarnate dal grillismo? L’ascesa di Renzi al partito e al governo produrrà un significativo aumento di consensi per il Pd o, viceversa, un loro calo? E ancora: il voto italiano sarà un voto effettivamente “europeo”? Quanto incideranno i movimenti antieuro, le rivendicazioni territoriali, la crisi continentale delle sinistre socialiste, l’afasia politica dell’Unione?

Di questo dovrebbe discutere un paese serio, e Ricolfi avrebbe potuto dirlo con l’autorevolezza che gli viene riconosciuta e la passione politica (e riformista) di cui è dotato. Anche perché il tema ha un rilievo che va molto al di là delle chiacchiere da bar dei giornali.

Perché l’ipotesi che una formazione autocratica e fascistoide possa rappresentare – come primo partito – l’Italia a Strasburgo, dovrebbe essere vista con preoccupazione dalla classe dirigente di un paese che, per molto tempo ancora, avrà bisogno di dimostrare in Europa la sua serietà e la coerenza con gli impegnativi obiettivi che ha assunto.