La deriva

Davanti al club Frecciarossa di Termini, verso le 17, trovo un piccolo assembramento, piuttosto insolito, e le porte aperte. All’ingresso uno svogliato ferroviere mi dice che la sala è occupata. “Mi scusi, e dove posso fare il biglietto?”. “Alla biglietteria self-service”. “Mi scusi, con il carnet non è possibile”. “Non so che dirle, vada al treno”. Cerco di capire chi sono gli occupanti. Vedo facce ignare di extracomunitari e barbe bianche di vecchi professionisti di cortei, silenziosamente seduti sulle poltroncine o stravaccati a terra. Non urlano, non diffondono volantini: recitano un brutto copione. C’è uno striscione, ma non riesco a decifrarlo (peraltro vado di fretta, vorrei prendere il treno).

Al binario un ferroviere, cui chiedo lumi sul da farsi, mi dice di aspettare il capotreno. Che arriva e stancamente fa: “Salga”. E’ il treno delle 17.10: i soliti pendolari del Napoli-Roma-Napoli, i soliti portoghesi nella carrozza ristorante. Mi siedo, mi addormento, arrivo a Napoli. Il controllore non è passato. Affronto la trafila dei taxi napoletani: un altro pessimo copione.

In due ore ho visto solo italiani tristi, demotivati, devitalizzati: quelli che gestiscono, quelli che protestano, quelli che barano, quelli che sopportano. Siamo una balena spiaggiata.