Toh, Santoro

SantoroSarà che lo intervista Cazzullo, che è intelligente. Sarà che invecchiando si diventa saggi. Fatto sta che il peggiore di tutti i telecazzari dice cose misurate e di buon senso. Ecco il testo, scaricato dal Corriere.

Michele Santoro, la prossima settimana riparte Servizio pubblico. Ma i talk show non sono morti?
«Lo si sente dire spesso. È una stupidaggine assoluta. I talk show sono un genere eterno. Semmai sono morti i reality, che davano a chiunque l’illusione del successo, anche se l’ascensore sociale era già fermo. La crisi ci ha riportati alla realtà. E nessuna trasmissione riesce a restituire le tensioni sociali con l’immediatezza del talk. Cosa si è messo a fare nell’esilio moscovita Assange, lo svelatore dei segreti del mondo? Un talk show».
Anche in Italia non si scherza: una volta eravate in tre, lei Vespa e Lerner; ora siete in trenta. 
«Perché la tv generalista ha un peso eccessivo. Sette reti sono troppe. All’inizio il mio format era teatrale, evocava l’agorà, la tragedia greca. Oggi ricorda semmai l’avanspettacolo, o i cinema di una volta, dove gli spettatori urlavano i loro commenti. I talk vengono frammentati su YouTube e discussi in Rete. Il più criticato, La gabbia di Paragone, è stato anche quello più commentato».
Come mai?
«Perché ha dato più spunti. Mi fa piacere vedere in video Porro: se non fosse venuto spesso ospite da noi, forse non avrebbero notato le sue capacità».
Lei ha provato le “docufiction”: sceneggiare storie vere. Soddisfatto?
«Continuerò. Gli speciali che abbiamo fatto alla fine della scorsa stagione, sul Vaticano, sulla mafia, ma anche sulle mozzarelle, sono andati molto bene. Certo con la docufiction non puoi stare sull’agenda della settimana. Quest’anno lavorerò sul ritmo narrativo del programma. Dobbiamo uscire dalle contrapposizioni retoriche, cercare una forma di convivenza tra diversi».
Che effetto le fa seguire in video i suoi allievi, come Formigli?
«È interessante vedere che lui e Iacona si sono divisi i due linguaggi che io tenevo insieme: Corrado il talk, Riccardo il racconto. È come vedere le proprie lacerazioni riflesse in tv».
Lei chi guarda?
«Quando il talk appalla, giro su Iacona».
Come trova Renzi?
«Per vitalità batte tutti 3 a 0. Se punta un interlocutore non gli dà scampo. Conservo molti dubbi, però. Voltare pagina è giusto ma non basta; qui dobbiamo trovare la via d’uscita dalla crisi. Ho qualche dubbio pure quando Renzi dice di Berlusconi: “Game over”».
Perché, Berlusconi non è finito secondo lei?
«Aspetterei a dirlo. L’uomo è un combattente. Bisogna riconoscerlo: non è uno che si arrende. Potrà essere a fine corsa, ma il sistema politico ed economico che l’ha prodotto è ancora lì. In questi vent’anni abbiamo pur sempre vissuto in democrazia. Malata, ma democrazia. Ora dobbiamo uscirne in avanti, non restare in uno stallo tipo Tunisia o Egitto».
Curzio Maltese ha paragonato la puntata di Servizio pubblico con Berlusconi a «un incontro di wrestling tra Hulk Hogan e Randy Savage: tutto è finto ed entrambi si portano via una bella borsa». Cosa risponde?
«Maltese ignora che la finzione della lotta è comunque il frutto di sofisticati esercizi, di allenamenti infiniti. I lottatori devono essere tecnicamente perfetti, perché eseguono mosse che possono portare alla morte. Deve sembrare tutto vero, senza che nessuno si faccia male. È difficilissimo».
Certo. Ma è finto.
«Questo è il punto. Berlusconi da me non si era praticamente mai visto. Non c’era nulla di combinato. C’erano due storie che si incrociavano e hanno creato un clima avvincente: ci aspettavamo tre milioni di spettatori, ne abbiamo avuti sette. Se fosse stato tutto finto, avrebbero cambiato canale. Berlusconi è stato efficace nel rispondere. Ma il giorno dopo i giornali stranieri scrivevano che erano emerse sia la sua grande capacità di guitto, sia la sua totale inadeguatezza a governare. Solo i giornali italiani non se ne sono accorti».
Non è che con Berlusconi non vi conosciate per nulla. Maria De Filippi dice che, se comandasse lei, la richiamerebbe subito a Mediaset. Ci tornerebbe?
«Credo intendesse dire che Mediaset dovrebbe aprire una nuova stagione e tornare a essere la più libera tra le reti. Non mi pare il momento, però. Non è colpa mia se parlare di me è un modo per segnare il barometro, come quello retrò che Vespa ha portato in trasmissione. Però ho apprezzato le parole della De Filippi: è uno dei rari personaggi tv che considero di primo piano».
Considera un personaggio di primo piano anche Vespa?
«Non è che lo considero, lo è. Sempre posizionato nelle pieghe istituzionali del sistema. Certo mi piacerebbe vederlo contro una vera concorrenza. Lui dice che quest’anno ha la concorrenza di Telese…».
Perché, non è vero?
«Luca crescerà. Ma al momento è come se l’Inter scendesse in campo contro la Battipagliese».
Che editore è Cairo?
«Una persona dotata di grande senso pratico e grandi capacità di navigazione. Poteva restare schiacciato dalle superpotenze, invece ha navigato sui bordi, facendo denaro dove altri lo perdevano. Ora però deve prendere i suoi rischi, non solo economici. Se lo fa, La7 può diventare la terza rete italiana, dopo Rai1 e Canale 5. Purtroppo la perdita di Crozza è un pessimo segnale».
Un suo ritorno in Rai sarebbe possibile? Ha parlato con Gubitosi?
«Ci hanno presentati, abbiamo scambiato qualche valutazione. Gubitosi sta lavorando sui tagli, sui conti. Ma è ancora abbarbicato ai prodotti di prima. Per fare qualità non basta programmare una serata di Benigni sulla Costituzione, devi intervenire sui prodotti seriali più forti».
Quali?
«Innanzitutto i tg. Tra i tg Rai al tempo della riforma e quelli di oggi non c’è confronto. Sarà che, come dice Freccero, ognuno aveva la sua concezione del mondo: il Tg1 cattolico, il Tg2 laico; poi è arrivato il ciclone Tg3. Da allora è cominciato il declino, di cui non si vede la fine. E poi il varietà. Da quanto tempo non se ne fa uno davvero nuovo?».
Cambierà mai il sistema televisivo?
«Certo. Finita l’era Berlusconi, arriveranno le major. Gli investitori stranieri. E anche la Rai dovrà rinunciare a una rete e a una parte della pubblicità, liberando risorse».
Come trova Enrico Letta?
«Si sta adoperando al massimo delle sue possibilità. Ma vale lo stesso discorso fatto per Renzi: il punto è trovare una via d’uscita che ancora non si vede».
Vede almeno nuovi personaggi in ascesa?
«È indispensabile cercarne. Purtroppo l’Italia non ne produce molti. Spero nei sindaci. Mi aspetto qualcosa da Cuperlo. Deve rompere gli schemi di D’Alema. Finora ha parlato al cervello dell’apparato. Adesso deve parlare al cuore dei militanti».
Lei ha avuto ospite Briatore. È vero che siete amici?
«Non ho la fortuna di frequentare le sue iniziative turistiche, ma lo trovo schietto e simpatico. Conosco i suoi limiti, ma rispetto chi crea reddito e lavoro. Sono un anarchico, non un moralista. Glielo dice uno che ha portato le telecamere nelle piazze e nelle fabbriche: ora, per capire come se ne esce, dobbiamo puntare le telecamere anche sui ricchi».
Aldo Cazzullo