Caffè pagato

Non vale mai la pena comprare i giornali, salvo che in rare occasioni. Stamattina il Foglio vale, almeno in parte, l’euro e mezzo che costa, per l’editorialone di Ferrara, che fa il punto prima (immagino) di andare in ferie, e un bel pezzo di Beppe Di Corrado su Garcia (forza Roma). Ferrara ve lo giro io qui sotto, così – se non siete tifosi della Maggica – potete risparmiate l’euro e mezzo e prendervi un caffé, in sostanza pagato da me.

Ecco Ferrara

Sono preso da un tranquillo sentimento di superiorità. Lo dico con pudore, quasi me ne vergogno. L’estate dell’attivismo manettaro, sulla scia della celebre sentenza Esposito e della sua gagliardissima motivazione a mezzo stampa, prometteva male. Porco agosto. Invece no. Il giudice si è subito mostrato un Dandin, come nella commedia di Racine: quello che processa libidinosamente il cane per aver rubato il formaggio, e chiama a testimoni i suoi cuccioli. Berlusconi è ad Arcore, a quanto pare. Spero che si riposi e si diverta, compatibilmente. E che vigili. Fiere le sue pitonesse, in volo i falchi ossuti e antivedenti, i ministri al loro posto per durare finché possibile e utile al paese e alla causa comune della lotta all’ingiustizia: improvvisamente riappare, dal fondo dell’abisso preconizzato dai maramaldi, una specie di classe dirigente, e un capo con la testa bene incollata sulle spalle. Sangue freddo. Sapienza tattica. Provocazioni di ogni genere respinte. Benigni rosica e mastica un Dante che non conosce ripetendo battute da trivio. Mauro rosica imprigionato dal terrore di non avere partita vinta neanche con l’aiuto della burocrazia cassazionista alla Esposito. Epifani ogni giorno sottolinea la sua superfluità operante. Rodotà-tà-tà prepara il ritorno della maledizione gauchista snob, con il supporto del lagnoso Landini, in nome dei beni comuni (loro che hanno sequestrato un teatro romano e lo hanno ridotto a sentina privata, combriccolare, di idee particolaristiche, fragili e inutilmente mainstream).

Bersani e Renzi si trascinano in un conflitto d’apparato incomprensibile. Nessuno dei due, un comunista emiliano inacidito dalla propria incompetenza politica e un democristiano di Firenze consumato da un giovanilismo bon à tout faire, ha il coraggio di mettersi all’altezza della cosiddetta narrazione. Dovrebbero ovviamente dire la cosa giusta, scandalosa e rivoluzionaria, chiamando a esprimersi i D’Alema e i Violante: la condanna per frode fiscale di Berlusconi, per il fatto e per il contesto in cui è stata strappata dal partito dei magistrati, al culmine di un conflitto costituzionale tra autonomia della istituzioni elettive e prepotere della casta togata dopo il ’93, è un problema politico e come tale va risolto, e noi non siamo né il partito né il popolo delle illibertà, aiuteremo il Parlamento e Napolitano a trovare soluzioni degne perché le sentenze non sono carta straccia ma la politica buona ha il dovere di giudicarle, di interpretarle e di superarne le conseguenze civili negative. Dovrebbero riconoscere nel governo Letta- Berlusconi-Napolitano un esecutivo di necessità e di saggezza per il paese, tra pericoli e minime speranze di farcela, escludendo categoricamente il fantasma del partito di Repubblica, un governo paragrillino per demolire il Cav., o elezioni anticipate che oggi non sono nell’agenda delle persone responsabili. Dovrebbero firmare i referendum dei Radicali. E invece che cosa fanno? Costruiscono nuove commedie degli equivoci sulle regole interne. Rinviano il confronto. Si rifanno l’immagine o il trucco, con Renzi mediaticamente e conformisticamente corteggiato come protagonista, addirittura, di una seconda rottamazione (Matteo, guardati dai tuoi nuovi cantori del gruppo Espresso e di altre testate, sono i tuoi peggiori nemici). Subiscono la rocciosità di Napolitano, la scaltrezza provvisoria e morotea di Enrico Letta, le incursioni fanfarone del partito di De Benedetti e le chiassose polemiche e turpiloquenti di un comico annoiato. Non sanno scassare tutto in nome della demagogia dei loro eterodirettori, non sanno ricucire un tessuto istituzionale e politico imprimendo una seria e responsabile svolta alla ventennale vicenda del conflitto tra sovranità e Repubblica delle procure. Tutto gli passa sopra. Il naufragio di Ingroia e Di Pietro. L’insipienza dei grillini in Parlamento. La cultura codina, di destra estrema e giustizialista, che si mangia il residuo di intelligenza della classe dirigente che invoca la Costituzione senza ricordarsi dell’articolo 68 sul filtro politico all’attivismo giudiziario. Eppure quei due escono da un’esperienza chiara. Mobilitati in vari modi, i piccoli faziosi di minoranza che invocano la ghigliottina hanno impedito a Renzi, nelle vesti di giovane riformatore del linguaggio e della strategia della vecchia sinistra, di prevalere nelle primarie (troppo di destra, ha incontrato il Caimano nella sua tana). Hanno impedito a Bersani di vincere chiaramente, e poi di fare un qualunque presidente della Repubblica. Hanno diffamato l’apparato, da D’Alema a Violante, hanno costretto tutti loro a seguire le chiassate dell’antimafia peracottara, fino all’aut aut del Quirinale e alla fatale sentenza di assoluzione del generale Mario Mori dalle accuse di Massimo Ciancimino, il pataccaro, e dei suoi amici televisionisti e mediatici. Intanto i leader del Pd subiscono la minaccia di Marina, la Cavaliera che ha ormai la storia personale e le caratteristiche adatte, solo che lo voglia, per ridare alla sovranità democratica il suo significato in una lotta simbolica carica di dignità e di onore. Se la fanno sotto. Calcolano altre mosse meschine, i tempi di cottura del governo, la cacciata di Berlusconi dal seggio, delegano il culo di pietra sindacale che hanno messo lì, nella portineria del Pd, a custodire il nulla dell’inventiva e della prefigurazione politica.

Il sentimento di superiorità è una brutta bestia. Sai che sei nel giusto, nel giusto profondo, che la frode fiscale è un trucco politico fazioso, che la Marzano è una scemetta, che i festeggiamenti per la galera al nemico sono roba da sferruzzamenti di tricoteuses, che nessuna fortuna seguirà mai la viltà di un controllo di legalità artefatto, alle spalle e contro la volontà popolare. Sai anche che avere ragione è in sé anche orribile, che c’è della vanità grottesca, di cui al fondo vergognarsi, nell’essere dalla parte superiore della morale, nel vedere il disfarsi delle pretese falsamente legalitarie, la scomparsa lamentata del merito della condanna, come dice l’americanista dei servizi speciali, il povero Alex Stille; perché l’Italia è un grande paese intellettualmente integro, che non si lascia convincere da Esposito e dai suoi corifei e si interroga sulle cose vere, sulla Repubblica e sul suo destino, sui diritti civili del popolo elettore, sulla magnifica storia di dolore, di avventura, di durezze e insidie che pone il berlusconismo reale di tanto al di sopra del suo opposto ideologico.