Fine regime?

Nel giorno della rappresentazione della fine ufficiale del ventennio del Puzzone-bis, il genio italico ha studiato tutto nei minimi particolari. Il climax cresciuto ad arte in tre giorni di interminabile attesa nella piazza infuocata, la polpetta avvelenata della possibile assoluzione con rinvio, che ha tenuto su dibattito e suspense nelle ultime ore. Solo quando due stanchi picchetti di poliziotti e carabinieri si sono schierati sui gradoni del Palazzaccio come per una parata, si è capito che era arrivato il momento. Alle telecamere è stato permesso di violare (per la prima volta, si è detto, è l’importanza del momento) la sacralità di un’aula della Cassazione. E il processo di venti anni ha trovato il suo compimento, con l’accento ridicolmente greve del paglietta napoletano di turno.

Siamo il paese del melodramma, non dimentichiamolo mai. E dunque in ogni nostra vicenda, pubblica e privata, va sempre garantito all’uditorio il risvolto grottesco. La tragedia va sceneggiata, fino a diventare farsa. Il comico deve trovare il suo spazio, come è successo nel momento del massimo dolore: i fans che esultano perché non hanno capito la sentenza, il cane della Pascale che scende a fare pipì. E, nella rappresentazione berlusconiana, non può mancare il videomessaggio, il format che sottolinea i passaggi cruciali. Ma che ieri sera ha mostrato un leone senza denti. Un reduce più che un combattente, capace di descrivere il suo ventennio con lucida e avvilita oggettività, interpretando il De Felice di se stesso. Autodecretando proprio così la fine della sua avventura.

“Resterò in campo e chiamo tutti a dare a Forza Italia la maggioranza assoluta per cambiare il Paese”.

Ma quando mai, povero Silvio. Anche a me è venuto di dire ieri sera: “Ich bin ein berlusconianer”. Io, che non l’ho mai votato né lo voterò, ho provato e provo un sincero moto di solidarietà per lo schifo dell’accanimento giudiziario nei suoi confronti, per la miseria umana dei tanti italiani che da anni aspettavano un nuovo piazzale Loreto. Ma ora si scordi ogni resurrezione, il Cavaliere. Il suo ciclo non l’hanno chiuso i magistrati. Loro – arroganti e vili come solo gli italiani sanno essere – l’hanno colpito e affondato, ricattando una politica amorale e senza principi, e facendo leva su un’opinione pubblica incanaglita dalla ferocia dei media. Ma Berlusconi si è fatto male da solo per venti anni, ogni qualvolta il sogno annunciato e più volte riannunciato è evaporato nelle secche di piccoli accordi di potere, nello statalismo in salsa tremontiana, nell’incapacità di fare una riforma che fosse una (a partire dalla giustizia, che si è vendicata, dio se si è vendicata). Berlusconi è finito per i suoi infantilismi politici più che per i suoi fantasmi senili. E’ finito perché ha illuso, ma altrettanto rapidamente ha deluso.

E allora il ventennio maledetto, i danni prodotti, la pervasività socioculturale e le mutazioni antropologiche, e “il Berlusconi che è in noi”? Tutte stronzate. Il nostro è sopravvissuto semplicemente perché in Italia c’è stato e c’è di peggio, in giro. Ci sono quelli che non hanno fatto altro che demonizzarlo, non cogliendo le istanze di modernità di cui era portatore. Ma anche quelli che l’hanno sconfitto costruendo solo cartelli elettorali incapaci di governare. E ancora oggi, peggio di Berlusconi c’è una sinistra che vuole conservare tutto (a partire dal suo potere), che non si assume responsabilità, non si fa portatrice di un’idea innovatrice che sia una.

Per questo, solo per questo, la conclusione di ieri potrebbe ancora slittare. Dipenderà dalla sinistra, non dal povero Silvio.