Letta e le tasse

“Nel nostro Paese le tasse sono alte perché non tutti le pagano”. Questa frase può pronunciarla solo un ignorante o una persona in malafede. E Letta, che l’ha pronunciata con enfasi, non è un ignorante.

Intanto, “tasse alte” è un gentile eufemismo. In Italia, nel 2012, siamo arrivati ad una pressione fiscale del 44% sulle persone e del 53% sulle imprese (mentre le piccole imprese – come quella in cui lavoro – pagano lo sproposito del 68,3%, tra tasse, oneri fiscali, contributivi e balzelli vari). Una condizione del genere non è equiparabile a nessun paese civile al mondo. Semplicemente non è sopportabile. Per quelli che pagano. Non per gli evasori, che se ne fregano.

In secondo luogo, le tasse alte – come dimostrano tutti gli studi in materia – sono un universale e obiettivo incitamento all’aggiramento, all’elusione, all’evasione. Tanto più in un momento di crisi come questo. A maggior ragione in un paese con norme bizantine, continuamente modificate, incomprensibili. E soprattutto quando – come dalle nostre parti – non corrispondono a servizi decentemente erogati.

Ma andiamo oltre, e veniamo ai dati di sostanza e di lungo periodo per cui la frase è sbagliata, falsa e in malafede. Nel periodo 1990-2010 in Italia la spesa pubblica è cresciuta del 152%, le entrate del 130%. Quindi abbiamo avuto un clamoroso incremento di tasse pagate, ma abbiamo speso (molto) più di quanto potevamo permetterci. Nel frattempo il Pil è cresciuto del 106,9%, e con una tendenza catastrofica negli ultimi anni. Va da sé che se il Pil non cresce, le entrate diminuiscono. E dovrebbe andare da sé che, a maggior ragione se non cresce il Pil e non crescono di conseguenza le entrate, dovrebbero diminuire le uscite, cioè la spesa. Si dovrebbe fare quello che accade in ogni famiglia quando le cose non vanno. Entrano meno soldi, si spenderà meno per questo e per quell’altro. Quello che invece non fa, non ha mai fatto (salvo per alcune, lodevoli riforme pensionistiche) e continua a non fare lo Stato. Perché la sua classe dirigente politico-burocratica non vuole lasciare interi settori dove lo Stato fa ancora il bello e cattivo tempo, non intende mettere sul mercato il suo cospicuo patrimonio, non ha nessuna voglia di fare la lotta alle mille corporazioni e caste.

Molto più semplice buttare la palla in corner e lanciare uno di quei messaggi corrivi che in Italia hanno sempre grande successo. “Andassero a colpire i fetenti veri, lasciassero stare i poveri cristi”. La colpa è degli altri. Del vicino che ha la macchina più grossa della mia. Della moglie del salumiere con quel bell’anello al dito. Di Dolce&Gabbana additati al pubblico ludibrio. E cioè: se tutti questi non pagano le tasse (si presume, si immagina, si sospetta che non le paghino), perché poi io dovrei scusarmi del misero prepensionamento che ho conquistato a 45 anni, delle 7 ore al giorno passate a non far niente dietro una scrivania? Così l’eterna dinamica italiana dell’invidia sociale e dello scarico di responsabilità si alimenta e si perpetua.

C’è poco altro da dire. Il capo protempore dell’associazione a delinquere chiamata Stato, la stupida frase l’ha pronunciata sapendo che a questo sarebbe servita. Complimenti vivissimi.