L’Anti-Diamanti

L’altro giorno Ilvo Diamanti ha scritto un pezzo su Repubblica davvero brutto (anche se io un po’ lo conosco e ne apprezzo curiosità e vivacità intellettuale; credo che l’articolo, più che corrispondere al suo pensiero, fronteggi esigenze politico-editoriali). Una specie di rocciosa apologia del conservatorismo, in ogni campo: dai mutamenti del paesaggio alle relazioni personali, dalla rete che spersonalizza alla politica ridotta a marketing. In buona sostanza, un elenco di luoghi comuni, fobie, paure e chiusure che Diamanti traduce in valori da tutelare e difendere. Visto che in sostanza non condivido nulla di quello che dice, ora gioco a rovesciare le sue tesi una ad una, come – più o meno 150 anni fa – fece il socio del vecchio con la barba con il signor Dühring . Vediamo l’effetto che fa.

“Anche io faccio coming out. Io non sono un conservatore. Mi incuriosisce e mi entusiasma il cambiamento incessante che ci propone ogni giorno la società in cui viviamo. Mi piace il paesaggio urbano che si modifica, frutto del lavoro e dell’inventiva umana. E anche la crescita immobiliare, segno evidente del miglioramento della qualità della vita di tanti miei simili.

Non soffro l’indebolimento di relazioni personali e dei legami comunitari: con il passare degli anni so sempre più cose del mondo che mi circonda e ho più tempo e possibilità di relazionarmi con il prossimo. I miei valori di riferimento ce li ho ben saldi. Quando (come in queste feste) mi ritrovo con la mia famiglia – piena di problemi come tutte, allargata come tutte – sento tra di noi affetto e solidarietà crescenti.

Non capisco cosa sia “la retorica dell’individualismo esibizionista e possessivo”. Ma se, come dice Diamanti, significa che dobbiamo essere “imprenditori di noi stessi”, beh, vivaddio, magari cercassimo tutti ad esserlo, emancipandoci dalla dipendenza da Stati, partiti, burocrazie.

Trovo che sia una colossale sciocchezza (caro Ilvo, questa consentimela) pensare che rete, smartphone e tweet abbiano rimpiazzato il dialogo tra le persone. Al contrario, hanno implementato le occasioni di riflessione, scambio, comprensione e condivisione. Le relazioni virtuali – pensateci solo un attimo – hanno senza alcun dubbio moltiplicato per ognuno di noi le relazioni concrete, gli incontri con le persone in carne ed ossa. Quanto alla solitudine, non è un problema del mondo contemporaneo più di quanto non lo fosse nell’età della pietra. Se diventa sempre più oggetto di attenzione e di riflessione, è solo perché con la civiltà aumenta nel genere umano la consapevolezza della propria condizione. E se a volte ci sentiamo spaesati nel mondo turbinoso che ci gira intorno, è solo perché ne vediamo l’enorme ricchezza e non riusciamo a dominarla. Ma al “paese” nessuno ha intenzione di tornarci e nessuno lo fa, salvo che non sia possibile in forme arcadiche, privilegiate e magari ipertecnologiche.

Io, che non sono un conservatore, non voglio un lavoro senza regole. Ma non voglio morire obbligato ad aver fatto una sola cosa nella vita: ripetitiva, alienante, obnubilante. Voglio vivere in una società libera e mobile che mi consenta di fare tante esperienze. Flessibilità senza fine? Magari. Perché il lavoro, Ilvo, non è un fine (questa è la peggiore che hai detto). Il fine è la vita.

Mi piace anche la politica fatta di volti, di persone. Dopo la sbornia di ideologie che ci hanno resi ciechi e sordi, voglio e so di potermi fidare solo dei singoli. Fallibili, imperfetti, egoisti, incapaci come me di governare una società sempre più complessa. Ma persone, non simboli. E tanto meglio se, per conoscerle e riconoscerle, devo affidarmi agli strumenti di indagine a disposizione (marketing, sondaggi). Sono più che utili, quando fatti per bene (e questo nessuno meglio di te lo sa). Quanto alle sezioni (o come vuoi chiamarle; cambierei giusto il nome, se non ti sembra un cambiamento imprudente), per rivitalizzarle, invece di vagheggiarle, basta semplicemente che la gente venga chiamata ad esprimersi sulle decisioni da prendere con costanza e con regole certe.

Insomma, a differenza che a te, a me piacciono personaggi, interpreti e luoghi della “modernità liquida” (solo l’espressione “modernità liquida” non mi piace). E penso che del vecchio mondo non si debba conservare granché. O meglio – dato che non siamo proprio degli stronzi, se da alcuni millenni progrediamo senza interruzioni, e che noi abitanti del terzo millennio siamo particolarmente fortunati a vivere la più clamorosa delle epoche, quella tecno-rivoluzionaria – penso che quello che di buono c’è da conservare siamo abbastanza intelligenti e furbi da conservarlo. Il resto appartiene alle nostre ansie (comprensibili), alle nostre paure (legittime). L’importante è che non diventino ideologie o stanche litanie. La nostalgia per un finto, presunto buon tempo antico ci assale dai tempi di Cicerone e del suo “O tempora, o mores”. Per fortuna, nella storia dell’umanità, sui Cicerone di ogni tempo hanno prevalso gli inesauribili Ulisse ”.

P.S. Letto l’articolo, mi ha anche assalito un dubbio: ma vuoi vedere che la sinistra – in maggioranza – la pensa come Diamanti, che scrive sul maggiore quotidiano di sinistra del paese? No, perché se è così, forse è il caso di dirselo esplicitamente. La sinistra si è socialmente, storicamente, politicamente, simbolicamente, linguisticamente connotata come forza del cambiamento. E’ nata come forza rivoluzionaria, anche se oggi esalta l’usato sicuro. Se ha cambiato obiettivo, non giochi più con le parole, non si travesta. Se vuole solo difendere, proteggere, conservare, lo dica, non bari. Se diffonde messaggi cupi, alimenta tristezze e pessimismi, non si definisca “progressista”. In sostanza, se il sentiment diffuso della sinistra è quello che esprime Diamanti, basterebbe fare una sana operazione-verità. O la sinistra che vediamo in azione cambia nome e non si definisce più tale, oppure espelle definitivamente da sé quelli che pensano che la parola abbia ancora il senso che la storia le ha nobilmente consegnato.