Ma tutto questo Renzi non lo sa

Il giorno della partenza vera della gara (Bersani a Bettola, poi i due che impazzano in tv), in una domenica pomeriggio calda, umida e senza partite, assonnato e ancora immerso nel dopopranzo familiare, mi ritrovo a scrivere un po’ pentito di aver preso l’impegno quotidiano a raccontare questa battaglia fine-del-mondo.

E’ che da stamattina, in questa benedetta Rete che ci avvolge, la guerra è cominciata, e con le caratteristiche di sempre. Potrei affermare “senza esclusioni di colpi” da entrambe le parti, ma mi sentirei un opportunista a dirlo. Perché è vero che Renzi è portatore di un messaggio radicale e a suo modo violento in quanto inappellabile (ve ne dovete andare e basta), ma è altrettanto e forse più vero che dall’altra parte la risposta è il solito, mortifero anatema che viene scagliato verso chi vuole cambiare: sei un traditore, te la intendi con il nemico, sei antropologicamente diverso da noi. Quindi devi perdere, anzi devi morire.

Impressiona – che qualcuno ci faccia caso, santiddio – l’odio viscerale che tanta sinistra manifesta per Renzi. Non è opposizione politica, è qualcosa che viene prima. Nel migliore dei casi è un fastidio culturale (è leggero, ha fatto la Ruota della fortuna, non possiede le nostre “categorie” della politica). Molto più spesso è la convinzione che il giovanotto sia portatore di un’altra visione del mondo e della società.

Ma altra rispetto a che? E’ qui il punto. Rispetto ad una visione del mondo che è un puro feticcio, che ci si porta dietro come coperta di Linus. “Ma allora il partito, le feste, i vecchi compagni, gli operai, il sindacato?”, chiedeva qualche sera fa un’amica di minestrone, scherzando ma non troppo. Fine, amica mia. Benvenuta nel mondo moderno, nel quale tu e tutti noi viviamo (più che dignitosamente molto spesso), ma che ci piace descrivere come la sentina di tutti i mali; come mi si diceva in Rete stamattina, rispondendo ad un mio tweet. Io: “Se gli ideali di gioventù non fossero per fortuna morti, gireremmo in Trabant, avremmo figli vestiti da pionieri, faremmo le code per il pane”. Risposte: “Invece… facciamo le file per l’iPhone”, “In nome della modernità, abbiamo un’etica peggiore”, “Non si possono liquidare così 70 anni di storia del Pci, gli ideali erano sani, la cultura di riferimento era sbagliata…”. E così via.

Certo, non voglio ridicolizzare il tutto. So che ci sono quelli ragionevoli che chiedono dove è il programma, ma sono domande col trucco. Il fiorentino di programma parla da settimane, ci fa su slides che spiegano tutto, mentre Bersani dice Monti e poi oltre Monti e Vendola dice contro Monti e ci fanno i documenti insieme. Ma va tutto bene, Bersani può farlo. Renzi invece deve declamare il programma come il cinese nella barzelletta deve sciorinare l’elenco telefonico.

Poi ci sono quelli ragionevoli che chiedono quali alleanze vuole fare Renzi. Bersani l’alleanza la fa con Vendola e fa intendere (fa intendere!) che la farà con Casini mentre Casini gli dice non se ne parla con Vendola? Niente, il problema è sempre Renzi che di alleanze parla poco.

Allora ditelo, diceva quello. Dite semplicemente che non volete Renzi, che vi sta sui coglioni perché è giovane, sfrontato, arrogante, supponente. E che vi fa un po’ paura, perché promette (manterrà? boh!) di disboscare non tanto l’apparato con la A maiuscola che non esiste più, ma quei pigri, morti luoghi comuni nei quali tanta sinistra si è rifugiata dopo aver smarrito sogni e illusioni.

Ecco, basta così, fine dello sfogo. Che poi la colpa è mia che ci ricasco sempre. A me, davvero, frega poco di Bersani e Renzi. Nella mia visione del mondo c’è da tempo e fondamentalmente la tutela del mio corpo (intesa come salute mentale e fisica), e tuttalpiù un moderato interesse per il rivoluzionario contesto ubiquo in cui viviamo, su cui – ci piaccia o no – non abbiamo possibilità di incidere. Gli stadi intermedi, e la politica che pretende di influire su di essi, li trovo a volte fastidiosi (lo Stato che ci opprime con le tasse, la mia amministrazione comunale che non funziona), ma generalmente irrilevanti. E non penso che se ne possa cambiare la direzione di marcia, al di là di piccoli aggiustamenti. Nel caso, dovuti solo all’azione delle singole persone e non di schieramenti politici (destra, sinistra e minchiate simili).

Quindi, la vis polemica che mi scatta dentro in queste occasioni è frutto di antichi riflessi, e mi basta qualche ora per pentirmene. Come quando mi parte la polemica sulla frase (secondo me indicativa, emblematica) di Bersani (“Fare politica significa restare fedeli agli ideali di gioventù”) e vengo preso a sberleffi come Eduardo che torna dalla guerra in Napoli milionaria, e tutti lo scansano perché vogliono dimenticare. Di averla fatta, di essere stati dalla parte sbagliata, in qualche caso guadagnandoci col mercato nero. Del caffé o delle idee.

Io invece ad una guerra partecipai; l’ho persa e non me ne dimentico. Questa tra Bersani e Renzi non è la mia, e anzi mi fa un po’ sorridere. Così, giusto per dirvelo in questa domenica pomeriggio senza partite.