Muore il Riformista, viva il Riformista

La fine del “Riformista” chiude simbolicamente una stagione. Quando – nel 2002 – ci inventammo con Antonio Polito il quotidiano arancione, eravamo animati da una preoccupazione e da una speranza. Temevamo che la triste conclusione del primo governo dell’Ulivo potesse precipitare la sinistra nel neo-movimentismo senza prospettive di Cofferati. Ma speravamo che finalmente la setta riformista potesse uscire dalle catacombe, per proporre ai tormentati leader della sinistra italiana un vincente sbocco – per intenderci – blairiano.

In 10 anni tutto è andato peggio delle più nere previsioni. Dopo la sconfitta del 2001 – come le è spesso accaduto nella storia – la sinistra si è arroccata invece di aprirsi. Cofferati non ha perso per mano riformista, ma per sua intrinseca debolezza (e oggi Vendola e Di Pietro ce lo fanno rimpiangere). Il centrosinistra è tornato nel 2006 al governo in una coalizione a riformismo zero, solo per il gusto di riconsegnare due anni dopo l’Italia a Berlusconi.

Le istanze riformiste prive di leadership, peregrinanti lungo il decennio tra convegni e centri studi, si sono talmente indebolite da dover a un certo punto chiedere asilo a Veltroni, riformista – come tutto il resto – per caso. Ultimo dei paradossi per un alato concetto che, proprio alla nascita del giornale, fu dichiarato defunto dal suddetto Cofferati, dopo essere stato costretto per anni ad accompagnarsi ad impegnativi aggettivi (doveva essere “forte” quello inesistente di Occhetto) per conquistare dignità. Ma che poi – e molto grazie al giornale – ha scalato posizioni su posizioni, convincendo infine della sua necessità l’intero universo politico.

Alla fine la parola – che anche Toscani (Oliviero) ci consigliò di non usare nella testata – ha stravinto: oggi tutti si dicono riformisti. Anche se, ovviamente, nulla si è visto di riformista nell’Italia dell’ultimo decennio. Almeno nulla che corrispondesse ai principi-cardine del riformismo: concretezza, gradualismo, rispetto delle compatibilità. Ma anche spirito di innovazione, lotta a tutti i privilegi, coraggio e anticonformismo.

Insomma, se oggi muore “il Riformista”, è perché – sotto i colpi del luogocomunismo prima che delle paure e chiusure del tempo presente – è morto il riformismo. Temporaneamente? Chissà. Ma è certo – per dirne una – che, fin quando la crisi che viviamo verrà interpretata unanimemente come “effetto devastante delle ideologie liberiste”, sarà difficile tornare a progettare politiche effettivamente riformiste, che esaltino le libertà individuali, lo sviluppo dei mercati e la fine di ogni statalismo. Oggi viviamo un altro tempo. I riformisti, sempre più consapevoli ma minoritari e dispersi, non hanno né avranno voci politiche o editoriali, e chissà fino a quando.

Poi, certo, c’è lo “specifico” del giornale. Un giornale che nasce povero di carta e ricco di idee, fregandosene delle “notizie” (come il “Foglio”, suo fratello maggiore), ma approfondendo, provocando, creando polemiche. Diventa, sotto la guida di uno dei migliori professionisti italiani, una bella scuola di giornalismo. Per poi crescere in carta e smarrire idee, imbolsirsi, perdersi in piccole vicende di governance. E trovare infine il suo approdo conclusivo nel generoso tentativo di riesumarlo da parte di un fantastico riformista dell’altro secolo.

Del “Riformista” si parlerà nei prossimi giorni perché verrà rinfocolata l’eterna polemica sui contributi pubblici ai giornali. Ma saranno avvelenate dispute di bottega. Quello che conta è che la rivoluzione arancione, se e quando avverrà, sarà ad opera di giovani più coraggiosi di noi, che abbandoneranno al suo destino (la storia) il 20° secolo, e sarà fatta di bit e non di carta, di spirito d’impresa e non di lamentele per la stampa finanziata. Noi continueremo ad essere affezionati a quella parolina, senza nostalgie e senza pretese.