Confessioni di un lobbista

Lo confesso, sono un lobbista. Undici anni fa ho fondato con due amici una società di consulenza per le imprese, dichiarando esplicitamente una mission aziendale inedita per l’Italia (Reti, società di “lobbying e public affairs”), e dando così dignità pubblica ad una parolina solitamente, pigramente associata a tresche opache, operazioni sottobanco e pressioni indebite.

Da allora lavoriamo, con buoni risultati, per importanti investitori internazionali come per le principali aziende del Paese, a fianco di piccole imprese che vogliono crescere o di associazioni in cerca di un riconoscimento sociale. Con il solo obiettivo di sottoporre all’attenzione dei decisori proposte credibili e realizzabili, nell’interesse di coloro che rappresentiamo, e in un quadro di compatibilità pubbliche: si tratti della modifica di una proposta di legge o di una normativa antitrust. E sempre in forme dichiarate e trasparenti: i nostri professionisti – giovani altamente qualificati, specializzati in diritto parlamentare, relazioni internazionali, in grado di approntare dossier di livello – accompagnano o rappresentano i clienti dichiarando oggetto e finalità degli incontri, e collaborando attivamente con le istituzioni.

Come la nostra, oggi vi sono diverse società che svolgono in Italia, con competenza, queste attività. È la realtà di un mercato innovativo e qualificato, che si misura con un mondo inesorabilmente cambiato. Il mondo – per capirci – di Greenpeace, che da trent’anni fonda la sua missione su tre linee: azione, educazione e lobbying politica. Quello della European Women’s Lobby, che mobilita organizzazioni e leaders femminili per il riequilibrio di genere nei consigli di amministrazione, nei parlamenti e nella commissione europea. O della comunità gay, che a suo tempo fece lobbying – e con successo – per contrastare la nomina a commissario europeo di un esponente politico italiano ostile ai loro diritti. Per non dire – venendo ai giorni nostri – del ruolo incisivo e decisivo che hanno avuto le lobbies antinucleari e dell’acqua pubblica nei recenti referendum, nel vuoto di iniziative degli schieramenti avversi.

Altro che Bisignani, diciamo la verità. Altro che chiacchiere smozzicate, previsioni politiche da bar, retropensieri di piccoli mondi, ancorché – forse -influenti. Le intercettazioni da cui siamo sommersi non hanno nulla a che fare con la realtà del lobbismo moderno, che si muove nel mare della Rete, dei social network e dell’open data, e opera sulla base di due parole-chiave: trasparenza e partecipazione.

Concetti, inutile dire, quanto mai lontani dalla realtà della PA e della politica italiana. Basterebbe rendere accessibili, comprensibili ed integrati i dati sui processi decisionali e sui risultati delle amministrazioni pubbliche, per ridurre zone grigie e rendere inutili mediazioni arcaiche e corrive. Basterebbe che la politica ricercasse una nuova legittimazione nel rapporto con gli interessi diffusi di una società che cambia, per comprendere di colpo che migliaia di pagine inutilmente raccolte con i nostri soldi sono la testimonianza di un mondo che sopravvive a se stesso.

(dal Corriere della Sera)