Scolorina partenopea

bassolino

Una lettera al Corriere del Mezzogiorno

Ho letto anche io il libro di Antonio Bassolino e – come altri – non vi ho trovato ancora quelle riflessioni critiche che era lecito aspettarsi dal leader indiscusso dell’ultimo quindicennio napoletano. Ma diamo tempo al tempo. Sarà necessaria una lenta e progressiva decantazione degli avvenimenti per capire cosa è stato il bassolinismo, nel bene e nel male (per usare una sua classica espressione).

Nel frattempo possiamo procedere per indizi, omissioni, decrittazioni. E io sono andato a sfogliare – come faccio sempre – l’indice dei nomi: un modo spesso fruttuoso per cogliere importanti dettagli che nella lettura si smarriscono.

Nel libro di Antonio l’hit parade delle citazioni è abbastanza scontata: il grosso è per Berlusconi e Prodi, in seconda fila D’Alema e Veltroni, seguono De Mita, Iervolino, Rutelli, Marone, Mastella, il poco amato Napolitano. Poi tanti altri, in ordine sparso: Filangieri e Genovesi, Ugo e Marino, Kounellis e Niemeyer, assessori, vecchi dirigenti Pci… Oddio, deve essermi sfuggito qualcosa: ma dove sono finiti Andrea (Cozzolino), Antonio (Marciano), Nicola (Oddati)? Dov’è la classe dirigente cresciuta in quindici anni al suo fianco? E ‘o professore, quello che “beato lui, che sta ncopp’ a muntagna…”? Ah, eccolo Mauro (Calise), con una sola striminzita citazione… E Isaia (Sales), Massimo (Villone), Massimo (Paolucci), Eduardo (Cicelyn), Rachele (Furfaro) e tanti altri? Cancellati con la scolorina, come nei ritratti di epoca staliniana?

Nei mesi scorsi mi sono sciroppato le 800 pagine della biografia del mio politico contemporaneo preferito, Tony Blair. Nel libro manca l’indice dei nomi, ma in ogni pagina del suo racconto sono presenti Jonathan (Powell, il capostaff), Alastair (Campbell, l’uomo-media), Peter (Mandelson, lo strategist), Philip (Gould, il pollster), e naturalmente i politici dell’inner circle: Brown, Miliband e gli altri. E’ fortissima la sensazione di una squadra al lavoro per un obiettivo comune. Queste persone costruiscono l’agenda quotidiana del governo: incontri, ricerche, approfondimenti, analisi, mediazioni. Possono fare bene o sbagliare, sono scaltri e intelligenti, spesso in lotta tra loro per entrare nelle grazie del capo. E non sono yes-men: al capo chiedono e impongono un confronto continuo. Blair è solo il terminale di questo gruppo di persone instancabili e dedite alla causa. Certo decide, fa le scelte ultime, ma sempre sulla base del loro lavoro. Li bacchetta, li loda o li critica anche pubblicamente: in ogni caso, non ha timore di citarli, di nominarli. Un leader forte si circonda di persone forti. Non si vergogna dei suoi collaboratori.

Si dirà: palazzo San Giacomo non è Downing Street, e tantomeno lo è Santa Lucia. Beh, è vero il contrario. Meno forte e strutturata è l’istituzione, più è necessaria una squadra articolata e compatta a fianco del leader. Bassolino lo capì subito, nel 1994, e di squadre si è sempre circondato. All’inizio formando team con persone esterne, autorevoli, competenti. In una seconda fase, con risorse non meno valide, ma più interne alla politica e devote al leader. Il punto è che non ha mai voluto né saputo valorizzare, tanto gli uni che gli altri. Per quale motivo? Perché, insomma, Bassolino non ha mai costruito nessuna ipotesi di successione a se stesso, pur avendo a disposizione un quindicennio di potere assoluto per farlo?

Mi scuserai, direttore, se espongo una tesi radicale e certamente sommaria per spiegare l’arcano. Bassolino è un politico di solida e mai ripudiata formazione comunista. Non sarò certo io a negarne le qualità, ma per quella scuola la politica è stata teleologia, finalismo, mentre le competenze, le conoscenze specifiche sono accessorie, sono una funzione minore della politica, detengono tuttalpiù verità secondarie, parziali. Possono accompagnare un percorso, risultare più o meno utili di volta in volta, ma il leader gioca il confronto vero sui tavoli della politique d’abord, fatta di sinedri, caminetti, vertici: oggi surrogati di quella mitologica direzione del Pci, in cui il giovane Bassolino sedette al fianco di Terracini e Longo. In secondo luogo, il politico di formazione comunista è sempre diffidente, sospettoso nei confronti dell’altro da sé. Non investe sulla fiducia, perché non vede la parte di verità di cui ogni essere umano è portatore. E’ abituato a vedere intorno a sé nemici, non interlocutori. Non è laico, in una parola. Per questo non fa crescere nessuno al suo fianco.

E per questo, nella ricostruzione di un quindicennio fatto di ombre ma anche di molte luci (per usare sempre una sua espressione classica), può persino omettere di citare chi gli è stato a fianco per tanto tempo e usare la scolorina di Stalin per cancellare chi non è più di suo gradimento. Ecco, questo non mi è piaciuto del libro di Antonio, sia detto da uno che gli sarà sempre amico e che risulta anche citato (il giusto) nell’indice dei nomi.