La buona musica ricomincia

Radiohead
“Life In A Glass House”
(da “Amnesiac”, 2001)

Il povero cristo nato nel 1954, a un certo punto, aveva dovuto dichiarare morta la musica pop di qualità, passando con figli e amici dei figli come il più lamentoso e ottuso dei nostalgici. Ma non poteva fare altrimenti. Aveva fatto dignitosissimo apprendistato nei primi anni ’60, prima con un po’ di buon Sanremo (oh, aveva 10 anni, non di più) e poi con Beatles e Rolling, oltre che con tante, tantissime cover, sia pure tradotte con i piedi.

Poi la musicomania era esplosa con la grande stagione del rock progressivo dei primi anni ’70. Gli LP in arrivo da Londra consumati con accanimento: i primi King Crimson, i primissimi Jethro Tull (mica “Aqualung”, buona per i parvenus; qui si parla di “This Was”, un premio a chi ricorda la prima formazione dei JT…), i Genesis prima che diventassero vuoti a perdere, i Colosseum, i Gentle Giant, e così via. E i concerti, quando Ian Anderson e Jon Hiseman si materializzavano in Italia, e politica, candelotti e autoriduzioni non avevano ancora invaso il campo.

Aveva mollato, il povero cristo, quando le batterie si ridussero a miseri tamburelli elettronici e si portavano tastierine pret-à-porter: erano iniziati gli anni ’80, quelli che poi avrebbe ampiamente sdoganato… ma la musica… la musica no, quella degli anni ’80 non se ne scende manco oggi che pure Nicolazzi è stato rivalutato. Aveva provato a illudersi con i Police, e poi Sting aveva tradito, diventando il fighetto levigato affetto da priapismo. Si era mostrato generoso e disponibile con Bono prima che prendesse la strada di Bob Gedolf. Ma la dichiarazione di morte era nelle cose. Non c’era più musica buona in giro. Non c’erano fantasia e invenzione, non c’erano più radici, cultura, ricerca.

Finché il povero cristo – ma qui saltiamo nel nuovo secolo – non improvvisamente viene rapito un giorno dai suoni provenienti dalla camera del figlio, e così apprende dell’esistenza dei Radiohead attraverso questo pezzo, “Life In A Glass House“. Un brano anomalo e struggente. Cupi, battenti accordi di piano e la voce dolente di Tom Yorke in partenza. Fiati strascicati e crescenti a creare un’atmosfera polverosa e tormentata. Nelle trombe echi di Gershwin ma anche di Kurt Weill: due culture musicali, espressionismo e swing, un ponte che unisce le due sponde dell’Atlantico. Fino alla conclusione quasi orgiastica, in cui voce e fiati si intrecciano e si con-fondono.

Così il nostalgico prende informazioni su questi ragazzi inglesi, e ritrova confidenza con l’unica buona musica pop in circolazione. Scopre che sono partiti con un tormentone micidiale, hanno fatto un disco e poi un altro, hanno avuto successo e non si sono fatti incastrare. Cambiano nei dischi successivi, spiazzano mercato e fans, procedono per la loro strada cercando, studiando, inventando. Così si fa buona musica. Anzi, diciamola grossa: così si fa nella vita.

Ps. Come bonus per la sopportazione vi giro pure “Scatterbrain“. Pezzo un po’ ruffiano, ma perfetto. Un iniziale, semplice arpeggio, un ingresso imprevisto della magnifica voce di Yorke, ritmo di batteria in 7/8 (qui forse sbaglio) e due, due sole magiche note di chitarra che accompagnano il crescendo.