Il salto di qualità

avitabile

La svolta stava maturando da tempo, si respirava nell’aria eccitata e febbrile dell’anno 1971 (sì, dalle parti nostre il ‘68 fece un po’ tardi). Ormai – verso la fine degli interminabili matrimoni, in pomeriggi avvilenti e sudati, quando amici dello sposo e zie zitelle e brille si lanciavano nel pietoso tango d’ordinanza – ci rifiutavamo esplicitamente di cantare “Agata”. Le 40mila lire che raccattavamo e mettevamo da parte per comprare l’indispensabile Camera Eko (che non era un soggiorno Ikea ante litteram, ma un altrettanto modesto impianto voce), non erano un incentivo adeguato, se in cambio dovevamo mortificare le nostre aspirazioni artistiche.

Porca miseria, non eravamo più “I Patriarchi” degli esordi. Il nome – non dovuto ad un mistico coming out, ma banale evocazione di altri melensi gruppi italiani – l’avevamo cambiato; come il repertorio, da cui avevamo cancellato tutto Peppino Di Capri, “Lisa dagli occhi blu” e varie sanremate, sostituite con “Yesterday”, “Ruby Tuesday” e l’immancabile “A whiter shade of pale”. Certo, niente di tosto. Niente Zeppelin e Jethro Tull e Deep Purple e gli amatissimi King Crimson. Solo una tiepida riforma delle scalette, che rendeva accettabili le interminabili serate sia a noi che agli assatanati frequentatori del “Blow up” di salita Arenella o del “Fico” di via Tasso, il cui unico obiettivo era strusciarsi addosso alle ragazze, non appena fossero partiti i lenti.

Ora ci chiamavamo “The Hell’s Angels”, e neppure comprendevamo a pieno la gravità della scelta compiuta. Ci era piaciuto l’ossimoro dell’espressione, e sapevamo che così si chiamavano quelli del servizio di sicurezza dei Rolling Stones. Che poi il gruppo di forsennati motociclisti fosse di simpatie nazistoidi, che fosse stato coinvolto nell’incidente mortale del concerto di Altamont, ci fu chiaro solo dopo il nuovo battesimo del gruppo e il ridisegno del logo sulla cassa della batteria, affidato alla maestria dell’artistico pennarello di Lucio Billwiller. Per cui immaginare di ri-ribrandizzarci avrebbe significato: a) affrontare eterne discussioni notturne sul nuovo nome del gruppo; b) ri-rimobilitare Billwiller procurandogli altri pennarelli e soprattutto c) spendere altri soldi per cambiare la pelle della cassa della batteria. Troppo complicato. Meglio tenersi il nome. A Materdei potevamo continuare a dirci di sinistra: dalle parti di piazza Capecelatro nessuno sapeva dei nazisti folli.

Tantomeno ne sapeva qualcosa la signora Gesualda, proprietaria dello scantinato di vico Trone dove ogni santo pomeriggio andavamo a provare. Lei voleva semplicemente le 20mila lire al mese per l’affitto, “e pagate con puntualità, grazie”. In cambio ci forniva un buco di 3x4m impregnato di muffa – che cercavamo di combattere coprendo i nostri poveri strumenti con coperte dismesse e fogli di cellophane – e sopportava i rumori molesti che arrivavano al primo piano, dove lei abitava. Salvo il sabato, quando alle 19.15 passava in Tv “Il tempo dello spirito”, e lei ci zittiva senza sentire ragioni.

Nelle muffe dei nostri cervelli riflettevamo invece sul necessario upgrade del gruppo, che non poteva limitarsi all’estetica. I capelli di tutti (anche i miei!) raggiungevano le spalle, i look erano sufficientemente alternativi. Ma quando, vestiti con lerci sacchi di patate (non scherzo), andammo a cerca di un ingaggio in un locale di piazza Amedeo suonando per 17 interminabili minuti In-A-Gadda-Da-Vida e il proprietario ci cacciò via piuttosto bruscamente, noi ne uscimmo convinti che ciò che non aveva funzionato non era l’insieme grottesco, ma semplicemente una ancora approssimativa professionalità.

Ci volevamo bene, tra noi. Con Alberto, Ciro e Stani dividevamo le giornate, ascoltando gli Lp che il nostro amico Pasquale Causa ci portava da Londra e scambiandoci misere canne con le nostre groupies. E intanto sognavamo. Io – svogliato tastierista per eredità familiare – volevo diventare anche flautista, modello Ian Anderson, e per un annetto scarso studiai a Cavalleggeri Aosta dal maestro Esposito: con pessimi risultati. L’idolo di Ciro era Jon Hiseman, anche se una batteria con la doppia cassa la vide solo quando assistemmo estasiati ai concerti dei Colosseum nel loro primo tour italiano, tra Genova e Modena. Alberto si affaticava sulle svisate di Jimmy Page, ma (onestamente, amico mio, dopo 40 anni te lo devo dire) scandiva il tempo come un orologio calpestato da un Tir. Diciamo la verità, l’unico che pareva sapere il fatto suo era Stani: tant’è che finì a suonare il contrabbasso con la Scarlatti e poi – almeno – ad insegnare musica nelle scuole.

Ma la sostanza è che non eravamo in grado di confessare i nostri invalicabili limiti, neppure a noi stessi. Andavamo in cerca di scuse continue. Una volta eravamo geni incompresi e i presenti scoglionati non ci avevano capiti, un’altra la serata era andata male per colpa degli strumenti scadenti, oppure non avevamo provato abbastanza, o – più genericamente – non eravamo “in forma”. Che era la scusa classica e generica: non aveva alcun senso né significato, come è evidente.

Eravamo in crisi: la verità era questa, pura e semplice. Stanchi di suonare schifezze che non ci piacevano, incapaci di fare l’indispensabile salto di qualità e suonare dignitosamente la musica che amavamo. La crisi (ancora latente, non cosciente, avrebbe detto il signore con la barba – quello di Vienna, non il tedesco – che cominciava ad andare di moda) era tale che ad un certo punto mi inventai la più penosa delle scuse per allontanarmi dal gruppo, pur di non affrontare una discussione esplicita. Sostenni che la mia nuova ragazza non voleva che suonassi. Per gelosia.

Il piccolo particolare è che questa fanciulla non esisteva. Me l’ero inventata.

Non fu semplice reggere all’interrogatorio di terzo grado cui fui sottoposto. Ma l’occasione fece finalmente esplodere le maledette latenze. “Ma ti rendi conto, e il nostro progetto (sì, l’orribile parola si usava già, se non ricordo male) che fine fa?”, “Che cosa c’entra la musica con le donne?”, “Ma gelosa perché, di che, di chi?”, e soprattutto: “E poi, chi è questa? Non la conosciamo”. “Per forza non la conoscete. E’ una del Pimentel Fonseca, non sta neppure a scuola mia…”. Seguirono balbettii crescenti, fino alla capitolazione: “Sentite, non è vero niente. Non c’è nessuna ragazza nuova. Il punto è che non possiamo procedere così. Non siamo né carne né pesce. O facciamo il salto di qualità, o per me non vale più la pena. E poi…”. “E poi?”. “Poi… c’è la politica…”. Eccolo, il nuovo demone che si affacciava sulla scena, la verità rivoluzionaria che si faceva strada nelle mollezze del gruppetto di hippies alle vongole. “Lo sapete pure voi, ci sono cose più importanti, non possiamo stare ancora appresso a sta cazzata della musica…”. E giù Vietnam e imperialismo e Andreotti e svolta a destra e scuola aperta al territorio e fine della borghesia e capitalismo monopolistico e mille altre ragioni che più crescevano più la musica diventava un monumento alla ragionevolezza e al buonsenso.

“Va bene, compagno Velardi, hai ragione. Siamo con te”, fu la conclusione, per sfinimento più che per convinzione. “Ma facciamo un ultimo tentativo”.

Il tentativo si chiamò sax. Si portava. Dick Heckstall-Smith e i Colosseum. David Jackson e i Van Der Graaf Generator. In chiave nostrana James Senese e gli Showmen. Il sax permetteva il superamento della formazione tradizionale del primo beat (due chitarre, basso e batteria), e di quella più progressive (con aggiunta di organo Hammond). Dava più soul ai pezzi, consentiva incursioni jazzistiche, intensi dialoghi con la lead guitar… quante puttanate per dirci che, in sostanza, ci serviva un bravo sax per fare il salto di qualità.

Galeotto, se non ricordo male, fu il signor Miletti, nume tutelare di via San Sebastiano, la Mecca dei musicisti napoletani. Chiedemmo a lui se conosceva qualche bravo sax. Con i suoi baffetti alla Clark Gable e l’aria un po’ annoiata e sbrigativa (Miletti voleva vendere, noi gli rompevamo i coglioni spesso e compravamo pochissimo), ci dette un nome ed un numero di telefono. Il ragazzo fu convocato al vico Trone.

Il look era quello giusto: aveva più capelli che corpo. Lo slang pure: veniva chiaramente da Napoli Nord, origine proletaria doc. Parole poche: “Uagliu’, sunamm’”. Partimmo tranquilli, per riscaldarci: attaccammo Un’ora sola ti vorrei. La criniera produsse il suo assolo, mentre i nostri sguardi incrociati esprimevano in rapida sequenza stupore, speranze, timori. “Uagliu’, a sapite ‘na cosa cchiu’ tosta?”. Per l’occasione avevamo preparato bene, ma proprio bene, Papa’s Got a Brand New Bag. Purtroppo anche lui la conosceva bene. La suonò da dio. E la conclusione fu secca: “Uagliu’, nun è cosa”.

Così, passata neanche mezz’ora, un piccolo botolo riccioluto a nome Enzo Avitabile lasciò lo scantinato di vico Trone. Pochi giorni dopo la musica perse gli “Hell’s Angels” e la politica acquistò il sottoscritto, con capelli tagliati e tessera di partito in tasca. Nello scambio ci guadagnò certamente la musica.