Musica (1958-1964)

modugno

Che fossi nato per la musica, fu chiaro in un imprecisato giorno del 1958. Avevo intorno ai 4 anni, un capoccione fuori misura ed una sediolina di legno che mi accompagnava. La usavo come tavolo da pranzo o come piano di lavoro: per disegnare, inchiodare, colorare. Mi ci sedevo per vedere la prima TV. Più spesso ci salivo su, in piedi: per farmi notare, per “stare in tredici”, chiosavano sorella e zie. Reazioni divertite, riconoscimenti appaganti: così si conquistava centralità il cucciolo di casa. E venivano alimentati i piccoli disturbi narcisistici da cui non sarei stato immune per il resto della vita.

Su quella sediolina, con la famiglia adorante intorno, una sera attaccai “Volare”, e i commenti si sprecarono. Quella volta e nelle tante, obbligate esibizioni successive. Impressionava l’intonazione, il rispetto del tempo e anche la teatralità dei gesti, che imitavano perfettamente quelli di Modugno: sguardi sognanti rivolti al cielo blu nel quasi recitato iniziale, braccia aperte e pugni chiusi nella celebrazione del famoso ritornello.

E sì che la platea, sebbene faziosissima, non difettava di competenze. Stimata insegnante di pianoforte mia madre, padre strimpellatore di mandolino, uno zio fisarmonicista e violinista per diletto, altri di famiglia dignitosi cantanti del sabato sera, quando la moltitudine si radunava, alternando – prima e dopo l’esibizione della guest star – polacche di Chopin, brevi romanze, canzoni napoletane classiche. Signori, stiamo parlando degli anni ’50.

Da grande, la canzone che portò la rinata Italia nel mondo non mi sarebbe mai piaciuta. Non solo perché mi ricordava la condanna delle esibizioni infantili. E’ che avrei presto imparato a snobbare arie facili, dalle modulazioni elementari, cantabili senza sforzo. Il mio orecchio allenato le memorizzava rapidamente e le archiviava come prive di interesse. Se poi diventavano motivi fischiettati nei bus, cori da gita scolastica, insomma non appena si trasformavano in tribali riti collettivi, perdevano ogni dignità musicale e uscivano di filato dalla mia personale hit parade. Avrei finito per non cantare mai insieme ad altri, anche quando si doveva: né l’inno di Mameli alle elementari, né “Contessa” nelle manifestazioni. E neppure “La canzone del sole” durante i falò sulla spiaggia, quando pure poteva servire: in quel caso la timidezza adolescenziale era spacciata per spocchia da intenditore.

Il punto, comunque, è che avevo troppa considerazione per la musica. Quella giusta – pensavo – va rispettata, lavorata e conquistata, palmo a palmo. Anche se fischietti o canti, devi mettere in fila le note nella maniera giusta, non puoi sbagliare il ritmo o anticipare gli attacchi (il più becero e fastidioso degli errori); devi arrampicarti con fatica tra melodie e armonie complesse, se vuoi possederle e farle tue per sempre. Ci riesci solo se da qualche altra parte, dentro di te, senti risuonare un basso che accompagna, l’uscita dei violini, l’arpeggio di chitarra. Solo così – in un dato momento – potrai vivere la magia della tua voce che diventa un mormorio sempre più flebile, lontano e superfluo, e poi scompare, soverchiata dalla polifonia perfetta che ti suona nella testa, i cui tasselli si incastrano da soli in un ordine superiore. Proprio come i mattoni delle strade di Materdei, le cui fessure ogni mattina evitavo e saltavo di corsa, scandendo il tempo del brano del giorno: il solo modo per arrivare a scuola in orario e andarci felice, con la magnifica sensazione – a quel punto sì – di volare dentro la musica. Senza l’aiuto di Modugno.